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Tipping points:

il clima è spacciato?

di Nicola Grigolin

NATURA E CONSERVAZIONE

01/10/2023

Tipping points:
il clima è spacciato?

Nicola Grigolin

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Punto di non ritorno

Sentiamo parlare di cambiamento climatico giornalmente eppure, le notizie che davvero contano vengono diffuse raramente. È il caso dell’ultimo rapporto IPCC, l’organo delle Nazioni Unite che riunisce i massimi esperti di cambiamento climatico, pubblicato a fine marzo 2023. Tra i vari punti toccati dal documento, si parla dell’inevitabile raggiungimento del riscaldamento medio globale di +1,5°C entro il 2030. Cosa potrebbe accadere al superamento di questa soglia? Lo racconta una pubblicazione uscita il 9 settembre 2022 su Science di Armstrong McKay e colleghi, un ricercatore dello Stockholm Resilience Center impegnato da anni in progetti di climatologia e sostenibilità.

 

Lo studio gira attorno al concetto di tipping point, o, in italiano, punti di ribaltamento climatico, ovvero le soglie oltre le quali una minima perturbazione del clima rischia di alterare significativamente tutto il sistema climatico. Se la Terra ha vari sistemi di auto-regolazione, detti anche "feedback negativi", con il raggiungimento dei punti di ribaltamento climatico, la sua resilienza verrebbe a mancare. Ciò che caratterizza i punti di ribaltamento è proprio la loro capacità di autoalimentarsi diventando abbastanza energetici da rendere inefficaci i sistemi di auto-regolazione del clima. La maggior parte dei tipping points, una volta raggiunti, sono irreversibili. Non dobbiamo per forza pensare a stravolgimenti su scala globale: ogni punto di ribaltamento può portare a conseguenze regionali (come lo sbiancamento della barriera corallina) o continentali (distruzione della foresta amazzonica).

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Lo sbiancamento delle barriere coralline: un fenomeno sempre più comune causato dall'aumento delle temperature. Tale evento distruttivo può portare le barriere coralline alla morte. (Illustrazione di Miryam Di Capo)

Oltre il limite

Perché ce ne dovrebbe importare? Ogni elemento di ribaltamento climatico contribuisce al funzionamento del clima terrestre come lo conosciamo, incidendo significativamente sul benessere umano (oltrepassare le soglie avrà effetti su +100mln di persone).

Coinvolgendo esperti di ogni elemento del clima, Armstrong McKay e colleghi hanno stimato l’aumento di temperatura media che porterà al raggiungimento di ogni punto di ribaltamento, il lasso di tempo entro cui osserveremo gli effetti e le conseguenze in termini di variazioni di temperatura. In particolare, al raggiungimento del fatidico +1,5°C, le calotte glaciali groenlandese e dell’Antartico dell’ovest inizieranno a collassare. Su scala regionale, lo sbiancamento delle barriere coralline alle basse latitudini e lo scioglimento del permafrost boreale saranno inevitabili.

La calotta groenlandese si sta riducendo a causa del distacco di iceberg (fenomeno detto calving) e dello scioglimento superficiale. Se il ghiacciaio si abbassa di quota, incontra aria più calda e lo scioglimento si auto-alimenta. Il calving può essere dovuto a scosse sismiche, ma anche a fluttuazioni di marea o all’acqua marina infiltrata all’interno dei crepacci. È chiaro che l’aumento del livello medio del mare potrà favorire il distacco degli iceberg. Le stime degli autori raccontano che il fenomeno avrà scala temporale di 10mila anni, con conseguente aumento di +0,13°C. La scala temporale potrebbe accorciarsi se la soglia di temperatura viene superata. 

 

In Antartide la situazione è diversa: la base del ghiacciaio si trova per gran parte al di sotto del livello medio del mare. Lo scioglimento è dovuto al raggiungimento di pendii scoscesi del ghiacciaio che arretra. Ciò porterebbe ad un indebolimento dello strato di ghiaccio poggiato sulla superficie del mare. Lungo il bacino di Amundsen, i ghiacciai sono già molto vicini a questa soglia ed i modelli supportano un ritiro irreversibile. Le scale temporali coinvolte sono dell’ordine dei 2mila anni con un aumento di temperatura di +0,05°C.

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Le zone più fredde del mondo sono quelle che più soffrono l'aumento globale delle temperature (Illustrazione di Miryam Di Capo) 

Le barriere coralline sono uno degli ambienti marini più delicati poiché presentano la chiave per la loro sopravvivenza nella simbiosi tra le alghe Zooxanthelle ed i coralli: l’alga soddisfa la maggior parte del fabbisogno del corallo e, in cambio, riceve protezione e nutrimento grazie ai prodotti di scarto del corallo. Oltre all’aumento delle temperature che causa lo sbiancamento del corallo, sono minacciate dalla pesca eccessiva, da danni diretti, dall’eccessiva sedimentazione e dall’acidificazione delle acque. Le proiezioni vedono una perdita totale delle barriere coralline tropicali oltre i 2°C di riscaldamento che non innescherebbe un ulteriore riscaldamento globale, bensì andrebbe ad intaccare una delle più ricche comunità di viventi al mondo, il ciclo del carbonio e la disponibilità di nutrienti con ricadute sulle persone che vivono dei prodotti del mare. Nonostante sia stato classificato come fenomeno su scala locale, lo sbiancamento della Grande Barriera Corallina potrebbe portare ad effetti più diffusi.


Il permafrost è uno strato di suolo ghiacciato che contiene, nell’emisfero boreale, ~1035 GtC (gigatone carbonio) di CO2 che rischia di essere emessa in atmosfera con il disgelo. Il gruppo di ricerca di McKay distingue tre tipologie di disgelo del permafrost specificandone gli impatti sul sistema climatico. Eventi improvvisi come il crollo di un pendio potrebbero causare un disgelo improvviso del permafrost. Si tratta di processi che agiscono nell’arco di 200 anni che rilascerebbero da 10 a 25 GtC per ogni °C di riscaldamento, azionando anche un successivo disgelo graduale del permafrost. Questo fenomeno si verificherebbe su scala locale, al contrario del collasso del permafrost che avverrebbe in seguito a fenomeni di riscaldamento locale di 9°C. Il carbonio immagazzinato all’interno degli strati più profondi del permafrost fungerebbe da riscaldamento naturale con gravi effetti sull’intero strato di ghiaccio. In questo caso, la scala temporale calcolata è di 50 anni e porterebbe a +0,3°C di riscaldamento.

Non tutto è perduto: lo studio mette in evidenza come l’inversione di alcuni punti di ribaltamento sia possibile se arrestiamo il riscaldamento climatico. I futuri studi dovranno concentrarsi sull’affinare le metodologie utilizzate per i modelli climatici. Molte stime sono ancora incerte. Occorre accelerare i tempi della transizione ecologica cercando di rispettare gli obiettivi posti dall’Accordo di Parigi. L’IPCC è stato molto chiaro sulle politiche da adottare, ora tocca a noi.

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