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Il mondo dietro un ronzio

di Giovanna Olivieri

NATURA E CONSERVAZIONE

14/01/2024

Il mondo dietro un ronzio

Giovanna Olivieri

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Quel fastidioso ronzio

Molti di noi, quando avvertono un ronzio, reagiscono agitandosi, urlando, gesticolando e cercando nei paraggi un arnese qualunque, per porre fine quanto prima al fastidioso rumore (nonché all'insetto che lo ha prodotto). Perché il ronzio ci mette a disagio? Se è molto sottile, si tratta senz'altro di una zanzara assetata del nostro sangue; se è potente, invece, si tratterà di un calabrone. E se, effettivamente, si trattasse proprio di un insetto aculeato con cattive intenzioni, la nostra reazione non farebbe altro che metterlo in allarme: a quel punto, sarebbe davvero probabile rimediare una dolorosa puntura!

Purtroppo le nostre conoscenze del mondo naturale, anche di quello antropizzato ma comunque abitato da fauna e flora selvatiche, è piuttosto scarsa. Se dal punto di vista visivo e olfattivo qualche cosa sappiamo, da quello uditivo la maggior parte delle persone risulta decisamente impreparata. Eppure, il nostro mondo, compreso il piccolo giardino di città, il balcone e persino il box auto, sono abitati da insetti, ragni, altri artropodi, anfibi, rettili, mammiferi e uccelli, alcuni dei quali emettono rumori che noi quasi mai riusciamo a decifrare. E se il canto degli uccelli, pur ignorando gli esserini che lo producono, suscita in noi ammirazione e piacere, per i ronzii, le stridulazioni e il frinire degli insetti non abbiamo di certo la stessa magnanimità e tolleranza.

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Apis mellifera, la specie del genere Apis più diffusa nel mondo (Dario Rocchi)

Eppure i ronzii non sono altro che il rumore prodotto dai battiti d'ala, e cioè una testimonianza dell'instancabile andirivieni di innumerevoli insetti che svolgono per noi un servizio ecosistemico fondamentale: l'impollinazione. Senza impollinatori, ha stabilito l'Unione Europea, dovremmo rinunciare a 15 miliardi di euro di produzione agricola all'anno, perché tre piante di interesse commerciale su quattro vengono impollinate grazie al prezioso (e gratuito) contributo degli insetti.

In un rapporto dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) si legge che l’apporto più grande all’impollinazione è quello fornito dagli Apoidei, superfamiglia di cui fanno parte, oltre all’ape da miele (Apis mellifera) i bombi, le api selvatiche, ma anche insetti comunemente e impropriamente definiti “vespe” come le vespe della sabbia (Sfecidi e Bembicidi). Ciascuno di questi insetti pronubi ha il proprio, inconfondibile ronzio. Il bombo (Bombus terrestris) è la specie più nota, ma ve ne sono altre altrettanto rumorose ed efficaci nell'impollinare, e l'Ape legnaiola (Xylocopa violacea) sono le due api selvatiche più grosse e pelose, da molti temute e scambiate per calabroni (Vespa crabro) proprio per via del loro ronzio. Eppure sono così mansuete, almeno mentre mangiano…

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Macroglossum stellatarum o sfinge del galio in alimentazione (Giovanni Vicari)

Questo è un punto su cui è necessario soffermarci: gli insetti aculeati non devono necessariamente fare uso del pungiglione. Essi ricorrono a quest'arma segreta soltanto quando hanno qualche cosa da difendere, ovvero, quando sono in prossimità del nido, e il motivo è di facile comprensione: all'interno del nido ci sono uova e larve, ossia il futuro della specie. E a difendere i nidi generalmente sono soltanto le api e le vespe sociali, le quali garantiscono alla prole tutta una serie di cure parentali (tra cui la difesa) che non sono comuni in specie di api e vespe solitarie. Quando gli aculeati (ossia quegli imenotteri come api e vespe provvisti di pungiglione) si stanno alimentando o stanno raccogliendo sostanze nutrienti per alimentare la prole, è molto probabile che non si curino della presenza umana. Se, poi, questa presenza diventa una minaccia, se per esempio mettiamo un'ape, un bombo o un calabrone alle strette, è ragionevole pensare che essi si difendano ricorrendo al pungiglione.

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Cetonia aurata (Giovanni Vicari)

Ma a ronzare come i calabroni non sono soltanto il bombo e l'ape legnaiola. Ci sono insetti assolutamente innocui (perché sprovvisti di qualsivoglia pungiglione o mandibola mordace) che fanno altrettanto rumore. Si tratta di Sirfidi come Volucella zonaria, un dittero (ossia un parente di mosche e zanzare) che ha impiegato metà della sua storia evolutiva a cercare di assomigliare a un calabrone. E c'è riuscito molto bene, visto che ha raggiunto una lunghezza di oltre 2 centimetri, sfoggia una livrea aposematica a bande gialle e marroni o rossicce proprio come quelle della Vespa crabro e ronza come un calabrone. Pensate che riesce persino ad assumere lo stesso odore di vespe e calabroni quando decide di penetrare sfacciatamente nei loro nidi per deporvi le uova, da cui usciranno larve che consumeranno dapprima larve o adulti morti della colonia e poi, magari, anche qualche esemplare vivo. Questo meccanismo di difesa, comune a moltissimi Sirfidi e Bombilidi, si chiama “mimetismo batesiano” (batesian mimcry, che sarebbe più corretto tradurre con “imitazione batesiana”) dal nome del naturalista inglese Henry Walter Bates, che per primo studiò il fenomeno. Esso consiste nell'assomigliare a una specie velenosa, tossica o comunque pericolosa per i potenziali predatori senza avere le carte per mettere paura a nessuno. In pratica, si finge di avere veleno, di avere un pungiglione, di avere un cattivo sapore o di saper produrre tossine senza spendere minimamente le energie necessarie per ottenere tutti questi risultati. Il ronzio di Volucella zonaria ci mette inutilmente in allarme.

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Sphaerophoria scripta, un Sirfide che applica il meccanismo di difesa del mimetismo batesiano (Dario Rocchi)

Ma vi sono ronzii ancora più interessanti. C'è, per esempio, un'ape selvatica di nome Antophora plumipes che produce un ronzio acuto e fastidioso proprio come quello delle mosche e delle zanzare; non contenta di ronzare come i ditteri, essa vola anche come loro, cioè si sposta velocissima da un fiore all'altro ed è in grado di fermarsi a mezz'aria per controllare la situazione. Il volo stazionario ci porta a un'altra classe di impollinatori: gli Sfingidi. Si tratta di Lepidotteri prevalentemente notturni (falene) che, spostandosi velocemente da un fiore all'altro di piante della stessa specie per succhiare il nettare, danno il proprio contributo all'impollinazione incrociata. Tra le specie più comuni vi sono la Sfinge del convolvolo (Agrius convolvulii) che visita frequentemente i fiori delle Belle di notte, e la Falena colibrì o Sfinge del gallio (Macroglossum stellatarum) visibile di giorno su una gamma vastissima di fioriture.

Non possiamo concludere un discorso sui ronzii senza citare qualche coleottero rumoroso e utile come la Cetonia aurata, uno splendido coleottero color verde smeraldo con riflessi dorati o bronzei che si fa bagni di fiori mangiando e sporcandosi allegramente di polline. Ma non andrebbero sottovalutate nemmeno le sue sorellastre più bruttine, Tropinota squalida e Tropinota hirta, una più pelosa dell'altra e quindi quanto mai efficaci ai fini dell'impollinazione.

La prossima volta che sentite un ronzio, prima di ricorrere al giornale o alla ciabatta, chiedetevi chi è: scoprirete un tassello curioso e affascinante della Natura intorno a voi.

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