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Elogio delle malerbe

di Giacomo Radi

NATURA E CONSERVAZIONE

21/01/2024

Elogio delle malerbe

Giacomo Radi

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A giugno, culla del solstizio d’estate, le giornate non si piegano alla stanchezza e mandano il sole a riposarsi per poche ore. Tutto sembra risplendere. L’oro dei campi si misura in carati nelle reste del frumento che sembrano accarezzate dal volo delle Rondini intente ad inseguire gli insetti. La Tottavilla gorgheggia in alto le sue note per poi farle scendere in una cascata melodica, un’ode alla bellezza della campagna.

Tradizionalmente giugno è anche il mese della raccolta del grano. Un tempo era occasione di grande festa, il momento più atteso dell’anno; le famiglie contadine si riunivano e mietevano con le falci il cereale raccogliendolo in covoni (fasci) e una volta trasportato nell’aia avveniva la trebbiatura per separare i chicchi. Gesti e fatiche millenarie che dettavano il tempo di ogni vita, anche di quella selvatica. L’albanella minore, la quaglia e la lepre non dovevano resistere alle grandi mietitrebbie meccaniche e l’ecosistema rurale era il regno di moltissime specie animali e vegetali che portavano a termine il loro ciclo biologico senza ulteriori sfide.

In mezzo ai cereali, tra gli incolti e sui bordi delle strade bianche, crescevano numerose le specie messicole, ben conosciute dai contadini, oggi piante senza un nome nell’orgia delle sfumature, erbacce o infestanti per l’agricoltura intensiva. Il papavero, la camomilla comune, il crisantemo campestre e il convolvolo comune ancora resistono e sono diffuse nelle campagne, ma altre piante come il gittaione, lo specchio di venere, l’adonide, la speronella o il fiordaliso stanno diventando presenze sempre più sporadiche. Molte di queste piante sono entrate a far parte della flora italiana ed europea migliaia di anni fa dalla Mezzaluna Fertile in seguito all’introduzione delle colture stesse, condividendo con queste biologia, ecologia e distribuzione, tanto da divenire in qualche caso commensali obbligate ossia dipendenti le une dalle altre.

L’uso dei diserbanti, la diffusione delle monocolture e l’abbandono delle pratiche agricole tradizionali a favore di quelle intensive, ha ridotto o persino spazzato via da molti luoghi numerose specie di fiori selvatici che vegetavano nelle colture di cereali. Le tanto bistrattate “malerbe”, invece, rappresentano parte fondamentale della biodiversità vegetale rurale e hanno un importante ruolo ecologico: proteggono i terreni dall’erosione, fissano l’azoto atmosferico rendendo più fertile il terreno e sono parte imprescindibile del ciclo dell’impollinazione, essendo il nutrimento di numerosi organismi come insetti, uccelli e mammiferi.

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Campo estivo con fioriture messicole e cereali (Giacomo Radi)

Il volo delle api e di altri impollinatori fa tremare i petali di questi fiori, mentre le spighe del frumento che spuntano in mezzo ai papaveri sembrano mostrarsi come attori tra le tende rosse di un palcoscenico. Non mi stanco mai di fotografare un campo di papaveri; anno dopo anno ho sempre del tempo per loro. Quando fotografavo in analogico mi preparavo all’uscita comprando pellicole che saturassero i rossi per metterne in risalto l’intensità e le diapositive viste in controluce risplendevano come rubini.

Da bambino mi insegnarono come fabbricare una ballerina di flamenco da un papavero, ribaltando i grandi petali per farli assomigliare alla gonna svolazzante da gitana che indossano le danzatrici. Io però ero più interessato ai “tatuaggi” che potevo ricavarne premendo il pistillo sulla pelle: le creste a raggiera che caratterizzano lo stimma lasciano impresse stelline di polline nerastro ed io ero molto orgoglioso di mostrarle.

Il papavero ha un portamento elegante; il suo fusto longilineo, ricoperto di peluria, ricade verso il basso quando è in boccio per poi alzarsi ed aprirsi nel caratteristico ampio ventaglio del fiore. Il mito racconta che Tarquinio il Superbo, per mostrare al figlio come impossessarsi dell'antica città di Gabi, abbatté con un bastone i papaveri più alti del suo giardino. Con questa metafora visiva spiegò al figlio che se voleva uscire vittorioso dalla battaglia, avrebbe prima dovuto eliminare i rappresentati più autorevoli e potenti della città. A questo mito è ispirata la marcetta degli anni cinquanta "Papaveri e papere", dal blando messaggio politico.
 

Il papavero

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Papaver rhoeas (Giacomo Radi)

La camomilla comune

Un profumo dolce e delicato, che ricorda quello di una mela matura, è la ragione del nome di questo fiore, dal greco , ossia “mela di terra”. La fragranza dei fiori di camomilla comune è inebriante: mi capita spesso di raccogliere un piccolo rametto per tenerlo nel taschino della camicia e tuffarmici dentro di tanto in tanto durante il cammino.

Il genere Matricaria, invece, deriva dal latino , “utero”, per il potere calmante sui dolori mestruali. Come altre margherite, la camomilla è un’Asteracea, la famiglia di piante a fiore con il maggior numero di specie; la caratteristica di questa famiglia di piante è la presenza di infiorescenze a capolino che ricordano la forma a raggiera di una stella. Le margherite infatti non sono fiori singoli, ma infiorescenze formate da piccoli fiori addossati l’uno all’altro a formare il capolino giallo (fiori tubulosi), e dai fiori più grandi disposti a raggiera (fiori ligulati), di colore bianco nel caso della camomilla. La famosa usanza di sfogliare una margherita per interrogarla con “m’ama, non m’ama” si fa quindi strappando fiori e non petali!

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Camomilla comune (Giacomo Radi)

Il fiordaliso

Nei miei ricordi rarefatti di bambino, tra una coccinella che luccica sulla spiga dell’orzo e la corsa di un capriolo nel folto delle messi, riesco ad afferrare quel mare di fiori azzurro intenso in mezzo al rosso dei papaveri, al bianco della camomilla e al giallo dei crisantemi.

I fiordalisi erano gli zaffiri dei campi estivi, come se il contadino avesse seminato delle parti di cielo insieme al frumento. Come il centauro Chirone, da cui questo fiore prende in parte il nome, cercò di curare una ferita utilizzando un unguento ricavato dal fiordaliso, i “vecchi” ne facevano uso per medicarsi altri mali. Mia nonna Ilia raccontava che sul Monte Amiata era uso curare le congiuntiviti con il decotto di fiordaliso e già quando ero bimbo lamentava che fosse ormai difficile trovarne in abbondanza.

Questo delicato fiore blu è uno tra quelli che ha pagato maggiormente il prezzo del progresso, diventando sempre più raro e difficile da osservare nelle campagne. L’impollinazione del fiordaliso avviene grazie agli insetti pronubi, in particolare ad opera di farfalle diurne e notturne, e anche la diminuzione di questi animali sta contribuendo ad accelerare la scomparsa di questo e altri fiori selvatici. Non sapendo come sarà il futuro di queste specie simbolo dei paesaggi rurali, tengo al sicuro i miei ricordi e le mie fotografie, sperando che tra altri cento e più anni altri come me possano godere di quell’ che descrisse Giosuè Carducci nell’omonima poesia:

Come 'l ciano seren tra 'l biondeggiante

Òr de le spiche, tra la chioma flava

Fioria quell'occhio azzurro; e a te d'avante

La grande estate, e intorno, fiammeggiava

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Fiordaliso (Centaurea cyanus) con Synema globosum (Giacomo Radi)

Commenti (1)
Guest
Jan 21

Le fotografie sono splendide e i racconti non sono da meno!

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