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Orizzonti Simbruini

viaggio fotografico
nell'Appennino sconosciuto

di Daniele Frigida

FOTOGRAFIA

15/10/2023

Orizzonti Simbruini:
viaggio fotografico 
nell'Appennino sconosciuto

Daniele Frigida

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Le origini di un lungo viaggio

Sin da piccolo ai rigorosi argomenti scientifici ho sempre privilegiato l’emozionale coinvolgimento delle arti umanistiche, così come ai razionali schemi matematici ho sempre preferito il fascino libero della geografia: forse la prima inconscia manifestazione di un innato desiderio a spingere lo sguardo ed i sogni oltre l’orizzonte, alla scoperta di un mondo ancora ignoto e quanto più possibile autentico. Come poi sia finito per proseguire gli studi e la carriera lavorativa in ambito informatico resta tutt’oggi a me in primis poco chiaro; certo è che la propria indole, seppur per lungo tempo sopita dalle vicissitudini della vita, prima o poi non può che tornare a riemergere prepotentemente, reclamando senza troppi compromessi spazio ed attenzioni. Deve essere certamente questo il motivo per il quale negli ultimi anni ho fatto della fotografia e della conoscenza degli ambienti naturali, in particolare dei Monti Simbruini, le mie più grandi passioni, alle quali oggi mi trovo a dedicare tutto me stesso nel tempo libero.

A volte capita di soffermarmi a riflettere su come e perché esattamente tutto ciò sia iniziato, su quale sia stata la scintilla dalla quale è poi divampato l’inarrestabile fuoco di questi interessi. La risposta molto probabilmente, al di là delle innate inclinazioni insite in ognuno di noi, altro non è che una naturale conseguenza dell’essere cresciuto in un contesto ed in un ambiente familiare fortemente legato all’Appennino, alle sue tradizioni ed alla sua natura. Negli anni ho quindi dato sempre maggior seguito all’intima necessità di avvicinarmi quanto più possibile alla piena scoperta di quei luoghi in cui affondano le mie radici; luoghi che da sempre hanno attratto la mia curiosità, nonché alimentato la mia fantasia, protagonisti di antiche storie tramandate ed indelebili momenti direttamente vissuti accanto ai miei cari (come dimenticare le notti d’estate all’addiaccio a custodia del gregge insieme a mio nonno o il primo incontro con il lupo in quel freddo pomeriggio d’inverno nel bosco innevato…). Un percorso di ricerca che per ovvi motivi non poteva che iniziare proprio sul profilo di quelle verdi montagne che dalla finestra di casa per anni avevano delimitato il mio sognante sguardo di bambino e che custodivano il ricordo genuino dei miei originari contatti con la natura.

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Tramonto sul monte Cotento (Daniele Frigida)

L’inizio pratico di questo cammino è segnato dai primi inesperti passi in una serie di avvincenti (ed avventate) salite alla volta delle cime più alte della zona, capaci di regalarmi subito panorami grandiosi, tanto sconfinati quanto inattesi; ciò che più di altro serviva per alimentare gli iniziali entusiasmi e spingermi ancora verso nuove esplorazioni, le quali ovviamente non tardarono ad arrivare e succedersi.

Tuttavia, in questa fase ero ancora del tutto ignaro del fatto che si trattasse solo di un primo superficiale approccio ad un ben più lungo ed articolato viaggio. Viaggio che di li a poco, piuttosto che spingermi verso la continua conquista di altri nuovi e lontani orizzonti, mi avrebbe sempre più indissolubilmente legato al mio stesso territorio. Un tragitto che, stagione dopo stagione, anno dopo anno, mi avrebbe portato a riscendere da quelle alte cime calcaree fino nelle più profonde e remote forre solcate da limpidi ruscelli, portandomi così a scoprire a fondo tutti quegli ambienti e quelle specie che caratterizzano e rendono per certi versi uniche queste “mie” montagne, i Monti Simbruini appunto. Luoghi dove avrei poi lasciato definitivamente il mio cuore.

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Scorcio sul fiume Aniene (Daniele Frigida)

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Sorgenti dell'Aniene in autunno (Daniele Frigida)

Ripercorrendolo virtualmente a ritroso, posso oggi definirlo come un viaggio alla scoperta della vera essenza di un territorio che appena una decina di anni prima, forse proprio per la sua vicinanza con i luoghi a me più familiari, mai avrei immaginato così straordinariamente ricco di biodiversità e capace di conservare angoli ancora a tal punto autentici e selvaggi. Purtroppo nell’odierno immaginario collettivo, alle nostre latitudini, il concetto di wilderness è un qualcosa che appare sempre più desueto, a volte estremizzato e quindi considerato proprio esclusivamente di quei luoghi lontani ed esotici. Questa mia personale esperienza mi ha invece insegnato che basterebbe iniziare a guardare più spesso con altri occhi i luoghi ad ognuno di noi più vicini per ritrovare a portata di mano un’inattesa autenticità naturale, anche in quell’Appennino plasmato nei secoli dalla mano dell’uomo.

In altre parole, forse è stato più semplicemente un viaggio verso la conoscenza e la consapevolezza dell’inestimabile valore naturalistico che queste montagne sono ancora oggi in grado di conservare miracolosamente. Un aspetto questo che assume ancor più rilevanza soprattutto se si pensa alla vicinanza con una metropoli come Roma, ma che purtroppo è però ancora tutt’altro che chiaro ai più che qui vivono o vengono come turisti.

Una conoscenza del territorio e delle sue peculiarità che, nel mio caso, è stata poi così tanto approfondita anche grazie alla pratica della fotografia naturalistica; del resto, per un fotografo appassionato di natura la conoscenza degli ambienti in cui si trova ad operare e delle specie ad essi legate è un aspetto assolutamente fondamentale da approfondire, non solo per poter raggiungere buoni risultati dal punto di vista delle immagini ma anche soprattutto per avere un giusto e corretto approccio, capace di garantire in ogni occasione il minimo impatto possibile. Per esprimere meglio il mio pensiero sul legame tra fotografia e conoscenza spesso mi piace sintetizzare dicendo che la mia fotografia non sarebbe mai potuta esistere senza un’innata passione per le meraviglie della natura, ma allo stesso tempo mai avrei potuto scoprire e quindi apprezzare così a fondo tali bellezze senza lo studio e l’attenta osservazione che la fotografia stessa implica.

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Monte Cotento in inverno (Daniele Frigida)

Fotografare in natura, 
per la natura

Detto di come è nato il mio viaggio alla scoperta del territorio dei Monti Simbruini, a questo punto vale forse la pena spendere qualche parola anche sul perché, in parallelo, ho iniziato a fotografarne la sua natura. Tutto ha cominciato a prendere lentamente forma sin dalle primissime uscite esplorative tra boschi e crinali. In principio consideravo la fotografia solo come un semplice strumento per immortalare i luoghi frequentati e creare un mio personale archivio di ricordi, senza nessun altro fine particolare. Solo successivamente, nel 2010, con lo scopo di avere una migliore qualità di immagine, acquisto la mia prima reflex e, da autodidatta, inizio a scattare le prime vere fotografie degne di tale definizione. È solo qualche anno dopo però, esattamente nel 2013, a seguito dell’illuminante e fondamentale incontro con Francesco Ferreri, anch’egli appassionato di montagna e fotografia, che quest’ultima inizia ad assumere un ruolo sempre più preponderante tra i miei interessi, ma soprattutto inizia a delinearsi ciò che della fotografia stessa più di tutto mi sarebbe interessato farne nel futuro. Proprio in questo esatto momento, infatti, matura la volontà di pensare allo strumento fotografico non tanto solo come un puro esercizio artistico quanto piuttosto come uno mezzo di divulgazione, rivolto a favorire la conoscenza di quella natura che, giorno dopo giorno, io per primo stavo scoprendo in tutta la sua grandiosità tra le montagne di casa. Una conoscenza che, collettivamente, è il primo imprescindibile passo da compiere per poter sperare di garantire la reale salvaguardia degli ambienti e delle specie che ci circondano, del resto: si protegge ciò che si ama, si ama ciò che si conosce.

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Lupo appenninico (Daniele Frigida)

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Rospo comune (Daniele Frigida)

Così, dopo aver condiviso assieme a Francesco le prime uscite sui sentieri dei Monti Simbruini ed esserci resi conto di quanto la natura di questi stessi luoghi fosse all’epoca (ancor più di oggi) ai più sconosciuta e senz’altro poco considerata, senza troppi preamboli decidiamo di avviare assieme un progetto basato proprio sulla fotografia naturalistica, con il quale provare a trasmettere verso un pubblico quanto più ampio possibile la vera bellezza di queste montagne. Debutta online poco dopo, esattamente nell’Aprile del 2014, il portale Orizzonti Simbruini. È l’inizio di un viaggio nel viaggio.

L’obiettivo è ambizioso ma al contempo stimolante e di fatto è il passo definitivo che porta a legarmi fotograficamente (ed al contempo ancor più emotivamente) a questo angolo di Appennino. Un legame basato, e via via sempre più consolidatosi, su una sorta di continuo dare-avere reciproco tra il fotografo e la natura protagonista: tanto più mi dedicavo a frequentare questi luoghi per coglierne l’essenza da ritrarre, tanto più venivo ripagato da momenti capaci di generare emozioni indelebili, le quali mi spingevano di nuovo a tornare quanto prima, per un’ennesima volta, nell’abbraccio materno di queste montagne.

All’attrazione sempre più in voga di luoghi ben più allettanti e blasonati dal punto di vista fotografico queste solitarie terre poste sul confine naturale tra il Lazio e l’Abruzzo hanno saputo dunque rispondere, giorno dopo giorno, con un richiamo spesso sommesso ma comunque in ogni caso per me ineludibile: nella volontà di riprendere e mostrare un volto ancora inedito di questi luoghi, che, come nessun’altro, sentivo miei, per anni ho udito riecheggiare su questi acrocori calcarei un canto di omerico magnetismo.

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Faggeta in autunno nella nebbia (Daniele Frigida)

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Faggeta vetusta in inverno (Daniele Frigida)

Una sfida con il territorio

Certo, provare ad interpretare la natura dei Monti Simbruini in quante più sfumature possibili e di conseguenza cercare di renderla al meglio tramite una fotografia etica ed autentica, senza né finzioni né scorciatoie, non è stato affatto semplice.

In primis va detto che tentare un approccio fotografico così ad ampio spettro, capace di raccontare un intero territorio tanto nell’ampio paesaggio quanto nei suoi più infinitesimali dettagli, è un qualcosa tutt’altro che banale; ci sono infatti voluti anni per arrivare a capire quando e come riprendere quella particolare specie piuttosto che quel determinato paesaggio, quale fosse la stagione migliore e la lente più appropriata per avere il giusto risultato in ogni situazione.

Scendendo più nel dettaglio, dal punto di vista faunistico, ad esempio, quasi sempre si è dovuto fare i conti con animali particolarmente schivi ed elusivi, per nulla abituati al contatto con l’uomo oltre che in termini numerici assai meno consistenti rispetto ad altre zone similari dell’Appennino centrale. Qui gli incontri non sono mai stati scontati o di facile approccio, tanto da arrivare a considerare ogni singola immagine realizzata come un vero e proprio dono che la natura ha voluto concedere per ripagare l’immane impegno profuso. Anche la ricerca delle più significative rarità floristiche di questo territorio ha richiesto una grande e continua dedizione negli anni, primavera dopo primavera, ma che alla fine comunque ha ampiamente ripagato con l’inestimabile privilegio di aver potuto rintracciare, osservare e documentare in prima persona specie che per la loro residuale e limita presenza risultano essere ad oggi dei veri e propri tesori botanici.

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Fritillaria montana (Daniele Frigida)

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Anemone appenninica (Daniele Frigida)

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Androsacea appenninica (Daniele Frigida)

A questi paesaggi, per quanto propri e caratteristici, senza un meticoloso studio dei luoghi, delle inquadrature e della luce, è davvero complicato rendere giustizia in fotografia. E così ecco che dietro ad ogni scorcio ripreso si celano sempre, oltre alla profonda conoscenza del territorio, una paziente, quasi ossessiva, attesa delle giuste condizioni, innumerevoli tentativi ed altrettanti deludenti epiloghi. Quante faticose salite nel cuore della notte, carico di uno zaino sempre troppo pesante, per poter giungere per tempo prima dell’alba sui crinali più alti e fotograficamente interessanti; quanto freddo sofferto per poter immortalare la furia e la poesia dell’inverno nelle sconfinate faggete; quante esplorazioni tra rovi e sentieri di fortuna per trovare la giusta inquadratura del torrente così da raccontarne al meglio la sua indole selvaggia; quanti tramonti attesi, spesso invano, nei luoghi più remoti per ritrarre in una sognante luce d’oro quegli orizzonti di cime e valli.

Un ampio insieme di difficoltà che hanno però indubbiamente contribuito a rendere ancor più profondo ed intimo il legame con queste terre e con i suoi timidi abitanti; difficoltà che oggettivamente potevano rappresentare un più che valido invito a desistere per dedicarsi ad altro ma che invece, con ostinazione ed incondizionato amore, ho saputo tramutare in linfa vitale per continuare a nutrire quella voglia di documentare per far conoscere che dal principio era alla base del progetto.

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Atmosfere invernali (Daniele Frigida)

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Grifone si aggira tra i picchi innevati (Daniele Frigida)

Due specie difficili

Ovviamente non sono mancati momenti di forte scoramento e di frustrazione. Attimi in cui, ad esempio, raggiungere l’obiettivo di riprendere una determinata specie sembrava svanire sempre più nell’impossibile man mano che i nuovi tentativi fallivano al pari dei precedenti; ma fortunatamente nel mio corredo fotografico non sono mai mancate la pazienza e la perseveranza.

Di aneddoti a tal proposito ne potrei raccontare molti, ma ci sono almeno un paio di circostanze che forse meglio di altre possono riassumere lo spirito di dedizione, a tratti quasi di sacrificio, che per anni ha animato questo progetto di documentazione.

La salamandra pezzata (Salamandra salamandra), ampiamente diffusa in alcune zone dell’Appennino, risulta tra queste montagne essere una sorta di chimera; la sua presenza è sì da sempre segnalata, ma in un’unica ristretta e remota stazione la cui esatta dislocazione per ovvi motivi non è di pubblico dominio. Riuscire quindi prima a rintracciare e poi a fotografare questo raro anfibio in totale autonomia (come del resto è successo per tutte le altre specie approcciate nel tempo, sia floristiche che faunistiche) ha richiesto anni di studi, supposizioni ed innumerevoli pazienti ricerche sul campo, senza che tutto ciò abbia prodotto il benché minimo risultato per lunghissimo tempo. Solo nel maggio del 2021, in un ennesimo, quasi disperato, tentativo ecco finalmente il tanto sognato incontro. Mai potrò scordare l’emozione (anche se forse sarebbe più corretto parlare di commozione) provata nel vedere per la prima volta quelle chiazze giallo-nere muoversi lentamente tra la lettiera di foglie impregnate d’acqua, qui, tra le infinite pieghe di questi miei amati monti.

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Salamandra pezzata (Daniele Frigida)

Discorso simile riuscire a fotografare le aquile reali (Aquila chrysaetos) nidificanti proprio sui Simbruini, anche se svoltosi dal punto di vista pratico con modalità ben diverse. Ciò che resterà indelebilmente impresso nel profondo del mio animo in questo caso, sempre dopo la solita buona dose di studi preventivi portati avanti in compagnia di Francesco, sono le infinite attese della loro comparsa in volo, abbarbicato su improbabili e scomodi giacigli di pietra protesi sulle valli sottostanti, nascosto sotto ad un telo mimetico, immobile per ore nella morsa penetrante dei giorni più freddi dell’anno. Un gelo infinito, sciolto poi finalmente di colpo dal sussulto del volo radente della regina dell’aria ad appena qualche decina di metri di distanza. Pochi secondi scanditi da un frastuono di emozioni, immortalati in appena una manciata di buoni scatti che nascondono all’osservatore giorni e giorni di autentica sofferenza fisica.

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Aquila reale immersa nel paesaggio innevato (Daniele Frigida)

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Aquila reale (Daniele Frigida)

Ad ogni modo, il passaggio fondamentale che ha indirizzato il mio modo di fotografare i Monti Simbruini (e più in generale tutti i contesti naturali che amo frequentare) è stato quello di comprenderne a pieno i limiti oggettivi ed al contempo non guardare a questi come un aspetto necessariamente negativo, bensì come uno stimolo continuo per cercare di leggere quella bellezza “tra le righe” che probabilmente è il vero genius loci di queste montagne.

Infatti, nonostante il sempre più dilagante processo di artefatto ed estrema spettacolarizzazione nel quale la fotografia di natura è tristemente affogata negli ultimi anni, sarebbe stato del tutto controproducente, se non addirittura fallimentare, provare a rincorrere tra questi crinali e queste valli solamente scorci paesaggistici o scene di vita selvatica da copertina. Voler calare forzatamente anche su queste montagne quella che è l’odierna deriva fotografica, al solo fine di aumentare il seguito ed i consensi, sarebbe stato tutto fuorché un inno alla loro autentica natura. Per questo in maniera etica ed onesta mi sono sempre imposto di fotografare per la natura e non soltanto nella natura.

Passo dopo passo, immagine dopo immagine, ho potuto così comprendere la vera anima di questo territorio la quale, diversamente da altri contesti ben più noti e fotografati, quasi mai sta nella spettacolarità in senso assoluto quanto invece nelle cicliche manifestazioni di una natura che, solo se osservata con passione e pazienza nei suoi più intimi aspetti, sa rivelarsi di assoluto pregio.

Una fotografia che ha quindi trovato la sua piena ragione nel momento in cui si è smesso di cercare solo immagini clamorose, iniziando invece a rivalutare ogni scorcio ed ogni soggetto, anche quelli apparentemente più semplici o meno eclatanti. Soggetti propri di questo specifico contesto e dunque tessere fondamentali di quel grande mosaico naturale che sono i Monti Simbruini. Un territorio straordinario, capace però, proprio come un mosaico, di esprimere il suo reale valore solo se guardato nella più ampia totalità e dalla giusta prospettiva.

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Felci (Daniele Frigida)

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Foglie nel ghiaccio (Daniele Frigida)

L'ultimo orizzonte

Come in tutti i viaggi, tuttavia, anche in questo appassionato percorso attraverso la natura dei miei luoghi del cuore si è infine giunti al cospetto dell’ultimo orizzonte. Da fotografo, un punto di arrivo a lungo sognato (anche se magari, chissà, solo temporaneo), è stato quello di racchiudere tutto ciò in un libro fotografico, che si è concretizzato nel Novembre del 2021 quando, sempre in collaborazione con Francesco, viene pubblicato “ORIZZONTI SIMBRUINI, viaggio nella natura di un Appennino inedito” (Quercus Libris Edizioni). Un’opera fortemente voluta come sublimazione di un costante ed impegnativo lavoro sul campo durato per ben 8 anni, ma non solo.

Perché quindi chiudere un così sentito ed importante progetto, oltre che un vero e proprio capitolo della mia vita, con un libro? Beh, tornare a sfogliare un libro induce ad adottare ritmi lenti, ad oggi purtroppo quasi del tutto desueti, interrompendo almeno per qualche istante quel frenetico scorrere sullo schermo di uno smartphone che sempre più caratterizza le nostre vite e che, nonostante in molte circostanze rappresenti il più comodo strumento di accesso ai contenuti, in alcuni casi altro non è che la loro stessa condanna all’oblio.

È invece con i ritmi dettati dal lento voltare di pagina che sono convinto si possa arrivare a percepire al meglio il messaggio di amore nei confronti della natura insito in ognuna delle immagini presenti nel volume. Un oggetto che mi piace inoltre pensare senza tempo, voluto come autentica e duratura testimonianza di ciò che ad oggi questo territorio è ancora in grado di offrire a chi decide di entrarvi con rispetto e con occhi pieni di stupore, nella speranza che le future generazioni possano continuare a goderne a pieno.

Un libro che poi, forse più di tutto, vuole essere un invito concreto e tangibile ad osservare con occhi diversi e pieni di meraviglia quei boschi, quelle valli e quei crinali che fanno da sfondo alla quotidianità di intere comunità, affinché i Monti Simbruini vengano finalmente considerati per quello che realmente sono, ovvero uno scrigno di ricchezze naturali inestimabili, da proteggere gelosamente e da vivere con piena convinzione di ciò.

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Tramonto autunnale sul monte Viglio (Daniele Frigida)

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